Il valore del simbolo nel Metodo scout

COS’E’ IL SIMBOLO?

Lo scoutismo utilizza in tutti i suoi riti, nel linguaggio, nel saluto e persino nel vestiario una potente simbologia: il logo stesso del Movimento, il giglio, non è altro che un emblema che richiama i valori di purezza, bellezza e guida. Ma che cosa è il simbolo e perché lo scoutismo ha fatto della comunicazione simbolica uno dei capisaldi del suo metodo educativo?

Il “simbolo” è un elemento, fisico ed osservabile, che abbia in sé elementi evocativi in grado di richiamare alla mente un valore morale o un’idea astratta, trascendendo l’immediato aspetto sensibile: il saluto scout, ad esempio, con le tre dita in alto ben tese, richiamano il triplice impegno della Promessa e, per noi Cattolici, la Santissima Trinità.

Nella Grecia antica vi era l’usanza secondo la quale due individui, due famiglie o due comunità, a conclusione della stipula di un accordo o di una alleanza, spezzavano irregolarmente una tessera di terracotta, un pezzo di legno o un altro oggetto come segno di reciproca amicizia: il perfetto combaciare delle due parti del «σύμβολον» provava l’esistenza dell’accordo.

Il Symbolon

Il simbolo unisce due realtà apparentemente differenti, che vengono fuse insieme, per convenzione. Stante queste premessa, ne consegue il suo carattere intersoggettivo, dal momento che il suo uso ed il significato ad esso associato sono condivisi da un gruppo sociale o da una comunità: in assenza di un background esperienziale al quale fare riferimento, infatti, il simbolo può non significare nulla. Si pensi al Cristianesimo delle origini, alle raffigurazioni di alcuni animali che simboleggiavano il Cristo di Dio, Gesù di Nazareth, oppure alle Aquile Randagie che per le proprie comunicazioni utilizzarono un particolare idioma, la scrittura del bosco, costituita da centotrentanove simboli.

Kelly, Giulio Uccellini, e alcune Aquile Randagie
CARATTERISTICHE DEL SIMBOLO

Il simbolo, con la sua potenza comunicativa, pervade l’intera persona, nella sua interezza.

La sua funzione è anzitutto cognitiva, dal momento che permette l’universalizzazione del concetto. Quando, ad esempio, si pensa ad un albero, non ci si riferisce a nessuna pianta in particolare, ma a quella che Platone definirebbe idea, ad un’immagine generica. In realtà abbiamo già fatto esperienza sensibile di un albero, magari di un castagno: abbiamo osservato la sua forma, il colore delle foglie e del legno, ne abbiamo percepito la ruvidezza del tronco, la seghettatura delle foglie, si è ascoltato lo stormire delle foglie; e la nostra esperienza si è arricchita dalla quantità di alberi che, nella vita, abbiamo percepito. Infine, la mente ha sviluppato la capacità di isolare le caratteristiche comuni a tutti gli arbusti nei quali ci si è imbattuti e si è creato un simbolo, un archetipo che sintetizza in sé tutti gli attributi dell’albero, mediante l’astrazione. Ciò vuol dire che, essendo di fronte ad un melo, ad un pino o ad un salice, li riconosceremmo come appartenenti alla categoria “alberi”. E, nel momento in cui pensiamo ad un albero, l’oggetto pensato avrà in sé tutte le caratteristiche proprie di tutti gli alberi che esistono, pur non riferendosi a nessuno ben preciso. Il simbolo, dunque, si fonda sulla esperienza, base di ogni conoscenza.

Contestualmente, esso inerisce alla dimensione emotiva della persona: influenza le passioni e ne è a sua volta influenzato, rendendo il legame tra significante e significato particolarmente forte ed efficace. Nelle nostre attività, ad esempio, la cerimonia della Promessa è un evento che rimane indelebile nella storia personale di ogni singolo scout proprio per le emozioni che provoca e che vengono associate al distintivo ed al fazzolettone.

Campo Nazionale 2019

L’ultima sfera alla quale il simbolo fa riferimento è quella relazionale: conditio sine qua non per l’efficacia di un simbolo è l’attribuzione di significato da parte di un gruppo sociale. Il conferimento di senso deve essere condiviso dalla comunità. Ciò implica che, nel momento in cui un individuo associa un concetto ad un simbolo, entra a far parte del gruppo sociale: conoscere il giusto senso da collegare all’oggetto diventa aggregativo, e costituisce un passo fondamentale per l’appartenenza alla comunità. I riti del fuoco di bivacco, in tal senso, sono molto esplicativi: rendono l’Esploratore parte del Riparto, al punto che quest’ultimo attribuirà allo scout il totem proprio quale segno di appartenenza.

Le tre dinamiche si intrecciano vicendevolmente nella esperienza e la prassi della educazione scout sfrutta le tre dimensioni del simbolo: il senso di appartenenza alla comunità, infatti, fa sì che l’intero percorso di crescita, sia emotivo che cognitivo, ne venga influenzato.

Chiesa presso il Castello della Magione in Poggibonsi, sede del Valdelsa1

Lo scoutismo fa largo uso dei simboli perché sono una forma comunicativa, complementare alla oralità, alla scrittura ed al linguaggio del corpo. In un mondo nel quale corriamo il rischio di una obesità cognitiva, il ricorso ad un codice chiaro ed a relazioni qualitativamente significative permette all’educatore scout di fornire al bambino, al ragazzo, al giovane di afferrare autonomamente i concetti che si vuole veicolare con una comunicazione radicata nell’esperienza, immediata ed efficace. Proprio in virtù di ciò, il simbolismo scout ha bisogno di essere costantemente ricreato, riproposto e riconosciuto dal ragazzo: il totem di branco, la Carta, la solennità del fuoco, la Promessa, la formazione di Riparto, tutto deve essere sempre messo in discussione, vivendo delle attività che possano suscitare nei ragazzi che si avvicendano un significato proprio, comune a tutti eppure interiorizzato da ciascuno secondo i modi ed i tempi che gli sono propri. La percezione personale di ogni ragazzo, tuttavia, si contestualizza e si alimenta di una memoria collettiva universale, per utilizzare le parole di Carl Gustav Jung.

Conclusione del percorso cognitivo, emotivo e relazionale del simbolo e suo culmine è la meraviglia: lo scoutismo educa alla bellezza e diventa, così, una scuola di scoperta del significato simbolico di tutte le cose, iniziando il ragazzo alla dimensione contemplativa della vita.

In tutto questo il capo ha una gravosa responsabilità, non solo perché deve, con gli strumenti proposti dal Metodo, far appropriare i suoi ragazzi del simbolismo scout, ma perché nella dinamica educativa egli è contemporaneamente regista e attore della storia. Se l’obiettivo finale resta, infatti, l’autoeducazione del ragazzo, il capo si pone come “fratello maggiore”, vivendo con lui una relazione significativa, avventurandosi in un percorso aperto tra educando ed educatore accettandone, valutandone e, ove possibile, prevenendone i rischi.

Operativamente, l’intenzionalità educativa si esprime nella dinamica esperienza-simbolo-concetto: lo scout, vivendo all’interno della Unità di appartenenza esperienze rilevanti e significative che associa al simbolo, riesce a cogliere il messaggio ultimo che il capo desiderava comunicare, comprendendo il nesso profondo che lega esperienza e simbolo. Chiaramente, il capo opererà in senso opposto: partendo dal concetto, si servirà di un simbolo chiaro che i suoi ragazzi potranno associare all’esperienza proposta.

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